7/7/2012 – I COOPERATORI ALLA MARMOTTE: IL RACCONTO DI UNA GRANDE IMPRESA

4403560_Screen4355630_Screen7 luglio 2012 – data memorabile da segnare nei libri di storia della Cooperatori come una giornata da ricordare: Il week end ormai trascorso da un paio di settimane ha visto infatti prendere il via alla leggendaria gran fondo francese un folto gruppo di rappresentanti dello squadrone Cooperatori Scott, quelli dediti alle grandi imprese, a quelle gara da ricordare che i più potranni raccontare ai nipotini come una giornata da non dimenticare, lungo le più famose salite e lungo i luoghi resi celebri da “la Grande Boucle”, il Tour de France, per intenderci.

4405142_ScreenMa andiamo per ordine: venerdì 6 luglio, come da programma ritrovo presso la sede alle 7.45, pronti per un lungo viaggio in auto e verso l’avventura. Chi erano i nostri eroi? In rigoroso ordine alfabetico Corrado Ascari, Davide Bendotti, Andrea Bonacini, Roberto Camorani, Sergio Cavatorti, Fabio Fontanesi, Loriano Gualerzi, Andrea Magnani, Mario Peri, Livio Redeghieri, Pietro Rocchi, Mauro Salsi, Diego Varini e Matteo Zanetti, tutti stipati nelle loro auto, insieme alle loro fiammanti specialissime. Una menzione particolare anche alle pazienti consorti di Gualerzi, Magnani e Camorani. Organizzazione perfetta direte voi, tutto programmato da giorni e dietro la regia occulta del capitano, al secolo Marco Giaroli, che già martedì ci aveva intrattenuto con regole, disposizioni e chiarimenti ed impartendoci la sua personale “benedizione”: “sarà dura ragazzi, vedrete”. Mai parole saranno così azzeccate.

Ma proseguiamo con il racconto: arrivati in autostrada, primo stop all’autogrill di Parma, per ricompattarci (qualcuno aveva fatto il pieno di gasolio in ritardo) e per un veloce caffè indispensabile prima di macinare 450 km e di arrivare all’ora di pranzo. Capitanati da monsieur Bendotti, ottimo conoscitore del viaggio e degli itinerari francesi, nonché profondo conoscitore di trattorie e ristoranti, i nostri amici proseguono compatti verso la meta: mai abbiamo visto la Cooperatori Scott così unita in fila indiana, né nei giri domenicali, né tantomeno nelle tante granfondo disputate insieme quest’anno.

Una breve pausa con relativa uscita dall’autostrada per il pieno di metano e poi diretti velocemente verso una amena località per il pranzo dove il Bendotti ci ha sapientemente condotto (località e trattoria, rimarranno segrete a tutti voi…….). Dopo aver ben mangiato e ben bevuto i nostri eroi ripartono questa volta verso la meta definitiva, ma senza dimenticarsi di fare una breve sosta su una delle mitiche salite francesi: il Col de Lautaret, oltre i 2000 mt di quota, un paesaggio unico per ammirare la discesa che avremmo fatto il giorno dopo provenendo dal Col du Galibier. Ultima sosta, avremmo sperato, anche perché l’ora cominciava a farsi tarda, ed invece no, purtroppo, al termine della discesa in prossimità del primo tunnel verso Bourg d’Oisans e verso l’agognato arrivo dell’Alpe d’Huez, capita il fattaccio. Un’auto proveniente da un paese straniero non ben definito (i più sostenevano fosse inglese) si fermava improvvisamente all’ingresso del tunnel, forse spaventata dalla strettoia, dal buio, forse abbagliata dal sole, e qui, i nostri non possono far altro che inchiodare, ma il povero Peri, tanto sfortunato quanto incolpevole, trovandosi a pochi metri dall’auto di Loriano, lo tampona, danneggiando irreparabilemente il radiatore. Tutti si prodigano per aiutarlo, chi con un piccolo aiuto, chi con esperienza e dovizia d’arte, il nostro grande Livio per capirci, ma ogni soccorso é vano. Anche il ricorso ad una vicina autofficina viene scartato per il pericolo di trovarsi a piedi e con il motore “cotto” e dopo aver vuotato l’auto di armi e bagagli, caricando bici, ruote e borsoni vari sul capientissimo mezzo di Loriano, i nostri partivano verso il residence all’Alpe d’Huez, lasciando i soli Peri, Bendotti e Zanetti ad attendere il carroattrezzi per il trasporto all’officina autorizzata di Bourg d’Oisans. Arrivati a destinazione, preoccupati per il ritardo e per l’imprevisto sopraggiunto, espletiamo in tutta fretta le formalità presso il residence e presso il centro accoglienza della gara, ed in attesa dei 3 ritardatari che arriveranno solo dopo alcune ore, ci apprestiamo, dopo aver cenato chi più chi meno in modo frugale, al meritato riposo riflettendo e preparandoci per il grande evento del giorno dopo.

Sabato 7: il “Grande Sabato”, parafrasando un mitico film d’autore “Un sabato da leoni”.

Arriviamo alla spicciolata alla partenza, a Bourg d’Oisans, costretti da un regolamento che ci vede partire in griglie diverse sì, ma anche in orari diversi, 7.30 i primi (Ascari, Bendotti, Bonacini ed il sottoscritto) e 7.50 tutti gli altri. Il freddo della discesa dall’Alpe mi attanaglia i muscoli e forse anche complice l’emozione, non riesco a smettere di tremare. Consegnamo gli zainetti agli amici di Blue Freccia, con il necessario per un cambio veloce di indumenti che ci aspetterà allo scollinamento del Col du Galibier (ottimo servizio, devo dire) e ci dirigiamo insieme, io ed i miei 3 compagni alla partenza.

Da qui in poi il racconto si fa personale, perché chiederete voi: ma semplicemente perché questo diventerà il racconto dell’avventura di 2 amici, appunto io ed il Bendotti, che frutto di una decisione presa a tavolino il giorno prima, procederanno appaiati per tutti i 175 km della gara, fino al mitico traguardo.

7.30, forse qualche minuti in più, é il “via”: l’emozione scompare, si comicia a pedalare, a fare sul serio. Ascari parte a razzo, il tempo di salutarlo e neanche lo si vede più. Rimaniamo io ed il mio inseparabile “capitano per un giorno” e Bonacini, che ignaro di quello che sarà il nostro proseguio di giornata, resta con noi per i primi chilometri, sino alle prime rampe. Due strappi, un po’ di elastico, ed anche Bonacini sparisce, troppo difficile tenere il passo della “maglia nera di Coppa Lombardia”. Ovviamente io resto con Davide, la decisione é presa, la scelta di affrontare questa giornata con un passo tranquillo per godermi lo spettacolo é presa, e per nulla al mondo cambierei idea. Inizia l’ascesa al Col du Glandon, 26 lunghissimi km di salita, inframmezzati da qualche spianata e da qualche discesa con relativo rilancio. Le pendenze non sono mai cattive, si pedala bene, in mezzo ad un serpentone continuo di ciclisti, di tutte le nazionalità. Avvertiamo la presenza di Inglesi, Francesi ovviamente, ma anche di Olandesi, Belgi, Tedeschi.

Davide fatica, ma tiene: lo sapeva, lo sapevamo entrambi, non sarebbe stato semplice, e semplice non sarà per tutta la giornata. Purtroppo, però, ad un certo punto qualcosa cambia. Davide non avverte solo il peso della salita, ma anche della schiena che incomincia a dolere: “Roberto, faccio fatica a pedalare, il dolore é insostenibile, forse é colpa della fatica fatta alla Giordana, con Gavia e Mortirolo, non so se riesco a proseguire”. Lo incoraggio a non mollare, a resistere; ogni tanto si alza per alleggerire il peso del dolore, ma forse é anche peggio, perché ogni volta che si alza avverte una fitta. Gli dico di stringere i denti, che anche io so cos’é il dolore, e gli ricordo la scalata del Bondone fatta insieme, quando ero reduce dalla frattura al bacino, quasi convalescente. Gli dico: “arriviamo in cima e poi decidi, ma non mollare ora”. Intanto ci raggiungono e ci superano gli altri, dapprima ovviamente i più veloci, Andrea e dopo poco anche Matteo, Mauro, poi in veloce successione Loriano, Livio, Fabio e Sergio, rimasto leggermente attardato per un inconveniente tecnico. Tutti ci vedono e ci salutano. Devo dire che la tentazione di attaccarmi é forte, Davide non fa altro che incoraggiarmi ad andare, a riprenderli, perché arrivato in cima girerà la bici e tornerà “a casa”. Gli dico che non ci penso neanche, che arriviamo in cima e poi decidiamo.

E così é: l’ingorgo al ristoro e tale, che approfitto dell’incertezza di Davide e proseguiamo. Superiamo la collina con le bici in spalla, perché se avessimo dovuto aspettare il nostro turno per “ristorarci” saremmo ancora la. Scendiamo piano la discesa “a cronometraggio bloccato” che ci porterà nell’unico tratto di vero falsopiano della corsa, verso la seconda cima, il Telegraphe. Lungo la discesa ci fermiamo ad una fontana, Davide deve riempire la borraccia e si mette in fila come alla cassa del supermercato. In questo caso devo dire che i cugini d’oltralpe ci insegnano qualcosa in termine di ordine ed educazione, anche se devo dire che lo stop é interminabile. Ci raggiunge anche Varini. Due parole, ci chiede come va, ci dice che riparte e lo riprenderemo più avanti. Gli rispondo che ci vedrà solo all’arrivo. Rimonta in sella e via, abbiamo perso anche lui, l’adrenalina della gara si fa sentire per chiunque. Ripartiamo anche noi. Davide pare stare un po’ meglio rinfrancato dallo stop e dalla discesa. Ma i problemi non sono finiti: al 70 km, mentre percorriamo il tratto di falsopiano di cui ho più sopra citato, mentre tiro ad andatura moderata, un gruppo di “morti che più morti non si può”, gli scalatori del Glandon, credo, gente che ha affrontato la salita a tutta ed ora non nemmeno la forza di tirare ai 30 km/orari, mi giro e non vedo più Davide. Mi lascio scorrerere ed alla fine di un centinaio di ciclisti, lo vedo deluso e frastornato che scuote la testa. Mi raggiunge e mi dice che non ce la fa più, il dolore e troppo forte, si ritira, aspettando il carro scopa o l’amico Peri che, purtroppo, non ha potuto partecipare alla gara per espletare le burocrazie relative al deposito ed al ritiro del suo mezzo incidentato il giorno prima. E’ un attimo, non ho tempo di pensare, se Davide molla mi devo fare tutta la gara da solo ed alla rincorsa, trovando magari la collaborazione di nessuno. Glielo chiedo ancora: “Allora, hai proprio deciso”. Con la morte nel cuore riparto, ho fallito, non ho portato a casa il mio amico, e la Cooperatori non potrà dire di avere avuto tutti gli atleti al traguardo come “finisher”. Parto a tutta, ho energie da vendere, e passo quel centinaio di colleghi che ci avevano passato prima, non trovo la collaborazione di nessuno. Arrivo al ristoro idrico per riempire la borraccia e ripartire, rincuorato però dal fatto che sto veramente bene. Quando ad un tratto squilla il cellulare: é Davide, dice che Peri non può venire a prenderlo perché é fuori in bici, e mi chiede dove sono, e se l’aspetto. Certamente, gli rispondo, sono 5 km circa più avanti. Davide mi raggiunge, ripartiamo insieme, dopo esserci fermati poco più avanti ad un bar per un gelato (costosissimo tra l’altro). Ora però si finisce insieme, gli dico, costi quel che costi. Inizia il Telegraphe: sino ad ora i paesaggi sono stati veramente belli, impagabili, sarà la novità dei posti, ma questa gran fondo mi piace sul serio.

Il Telegraphe, però, non é un granché, sembra una delle tante salite di casa nostra. Comincia a far caldo, il sole ammazza, però Davide pedala bene. Saliamo appaiati, lo incoraggio e lo incito, un passo regolare, spedito. Le pendenze anche qui non sono cattive: una salita regolare all’8%, 9% al massimo, segnalata km dopo km dalle pietre migliari che indicano la pendenza di quello successivo e la distanza dalla vetta. Forti questi Francesi, veramente la cultura del ciclismo. Davide ogni tanto prende l’ombra, ma sale bene e passiamo non sono quanti ciclisti che ora sono veramente in difficoltà. Gli dico di guardarli e di prendere coraggio dalla fatica degli altri: sono loro “i morti”, non noi. Arriviamo in cima e, gradita sorpresa, ci raggiunge Pietro Rocchi. Ora proseguiamo insieme, siamo un bel gruppo, noi 3.

Percorriamo la rapida discesa che ci porterà al ristoro di Valloire, che pare non arrivare mai. Ci aspettano i 17 km del Galibier, un mito, un mostro, con il suo scollinamento a ben 2642 mt. Ci fermiamo al ristoro, beviamo fiumi di Coca-Cola, mangiamo frutta e, soprattutto, pane e salame ed altri affettati. Si signori, avete capito bene. Anch’io mangio a più non posso. Ancora qualche minuto di sosta e ripartiamo. Il ristoro sembra più che altro una festa paesana: ci sono panche e tavoli, verrebbe voglia di fermasi li e non ripartire più. C’é un’infinità di ciclisti. Il bello di questa manifestazione é che é atipica, per la gente che vedi, per le bici, non tutte sono infatti in carbonio e perché puoi vedere ciclisti seduti ad un bar a ristorarsi e guardarti passare come neanche la cosa gli interessasse. Cose che da noi é impossibile vedere, neanche alla Sportful. Veramente un ciclismo di altri tempi. Ripartiamo, ed ora la fatica si fa sentire, se non fosse altro perché l’inizio del Galibier é tutto al sole con dei drittoni che non finiscono mai. Davide fatica, ma ci segue. Mano a mano che saliamo mi guardo indietro e giù verso le pendici della salita e guardo il paesaggio, veramente una cosa unica. Incoraggio Davide, mostrandogli quanta strada abbiamo fatto, anche se non si arriva mai. Ci fermiamo solo un attimo, Davide si siede per terra, lungo il ciglio della strada, é stremato. Lo incoraggio a ripartire, perentorio, ora c’é bisogno solo di fermezza, ce la sta mettendo tutta e ce la sta facendo, non può più mollare. Siamo sempre insieme noi 3, mentre Pietro sale regolare con un buon passo, Davide dice che vuole spianare le montagne a forza di dinamite, ed io invece gli canto come é bella la montagna. Devo dire che comunque nonostante la fatica abbiamo sempre trovato il modo di sorridere e divertirci. Ad un km dalla vetta ecco il ristoro Blue Freccia: mi cambio, facciamo l’ennesimo sacrosanto ristoro e ripartiamo per la cima, non senza aver incoraggiato il fotografo di turno a riprenderci insieme allo scollinamento. Anche questa é andata, mi dico, ormai é fatta, c’é la discesa e “solo” l’Alpe d’Huez, da scalare. Andiamo giù a tutta, arriviamo alle gallerie, le attraversiamo bene, senza un tentennamente, anche se con qualche timore per il buio. Ecco, finalmente, siamo tornati a Bourg d’Oisans, siamo alle pendici del mostro. Io e Rocchi ci giriamo, non c’é più Davide. Gli dico “sono arrivato qui con lui, non lo posso mollare. Torno indietro, c’é il ristoro, forse é lì”. Non posso pretendere che anche Pietro lo aspetti, giustamente deve proseguire, anche lui é stanco, e vede l’arrivo vicino, deve andare. Al ristoro trovo Davide intento a mangiare l’ultimo e meritato boccone. Riempe la borraccia e via si riparte, per questi ultimi, interminabili, durissimi 14 km, che hanno fatto la storia del ciclismo e del Tour de France. Si può dire che siamo qui solo per questo. La salita questa volta é dura veramente. Le pendenze superano spesso il 10, l’11%. Chilometro dopo chilometro, le gambe si fanno sempre più stanche e pesanti, ma il pensiero dell’arrivo addolcisce la fatica. Un paio di volte ci fermiamo, nei tornanti. Davide riprende fiato e riparte. Vediamo ciclisti scendere ed incitarci, ed una miriade di altri stremati, fermi che spingono la bici a piedi o si fermano ad ogni tornante per riposare. Una donna, probabilmente Belga, corre lungo la salita con una borraccia in mano, incitando il marito che la segue stremato e grondante di sudore: la Marmotte é anche questo.

Ormai ci siamo siamo alle ultime rampe. Abbiamo contato i tornanti ed i chilometri uno ad uno. L’ultimo chilometro: siamo in paese. La gente ci incita, ci incoraggia, salgo a fianco di Davide, non l’ho mollato un attimo e mentre, ormai la salita spiana e Davide dice: “c….zzo, ma dove hanno messo sto traguardo”, penso alla fatica che ha fatto, al coraggio ed all’impegno che ci ha messo, sconfiggendo anche il dolore e mi vengono gli occhi lucidi ed un groppo in gola. Sono commosso ed orgoglioso di quello che ha fatto, di quello che abbiamo fatto insieme. Siamo al traguardo. Mia moglie é li che mi aspetta, piange commossa. Siamo arrivati alle pendici dell’Alpe in poco meno di 11 ore, siamo in cima in quasi 13 ore giuste, una vita. Al traguardo ci sono anche Peri e Salsi, ci accolgono come avessimo vinto. Sinceramente sono stanco anch’io.

Andiamo tutti insieme verso il residence, e qui, mi si riempie il cuore di gioia: ci sono tutti i nostri compagni di squadra ad applaudirci, a congratularsi con Davide ed anche con me per quello che ho fatto. Non mi importa delle medaglie, né del diploma, questa é la soddisfazione più grande.

E’ stata una giornata mitica, da ricordare per sempre. Sono stati tutti grandi, la Cooperatori Scott tutta é stata grande, monumentale. Non so quante squadre abbiamo portato a casa un risultato del genere, basta guardare le classifiche per capirlo (nei prossimi giorni la classifica) e le numerose medaglie d’oro e d’argento di categoria che i nostri eroi hanno portato a casa.

Io ritornerò sicuramente a farla, a correre la “Marmotte”, forse da solo, forse con qualche altro amico, ma quello che é successo oggi…. accidenti merita di essere ricordato.

Roberto Camorani

5 commenti
  1. fiatogrosso
    fiatogrosso dice:

    Dura ! Ecco la sintesi della mia Marmotte, ma subito dovrei aggiungere: ma che soddisfazione !!!
    Dura perchè la devi preparare con tanti chilometri, tanta salita anche in solitudine; quante volte ti sei obbligato a quei 10 km in +, quante volte sei uscito mezz’ora prima di casa per non tralasciare nulla.
    Dura perchè hai dovuto sacrificare il tempo che potevi dedicare ai familiari, al riposo, a qualche svago.
    Dura perchè 4850 mt di dislivello non si fanno tutti i giorni, neppure 175 km per non dire delle 11 ore in sella.
    Dura perchè salite di kilometraggio così elevato non le trovi nei nostri appennini.
    Dura perchè il pedalare è duro.
    Quando lo scorso anno, alla soglia dello scoccare dei 60 anni, mi sono ripromesso due obiettivi ciclistici: Gavia + Mortirolo e La MArmotte. Alcune volte mi capita di centrarli gli obiettivi ( oppure son sogni ?) tante volte li vedi passarti accanto e non li riesci a cogliere, ma il raggiungerli, conquistarli, farli tuoi ti insinua dentro una soddisfazione grande, appagante.
    Vincere è proprio raggiungere un traguardo con tutte le tue risorse, non c’entra nulla se poi ci sono davanti oltre 5000 cilcisti: hai fatto il massimo.
    Ma la ciliegiona sulla torta di questa soddisfazione è poterla condividere con i tuoi compagni.
    Ed io ne ho trovati due: uno già collaudato alla Giordana, il grande Davide, l’altro, Roberto, piacevolmente scoperto dalla cima del Telegraph sino alle pendici dell’Alpe.
    Una incomprensibile regola che ha selezionato, in ordine alfabetico, la prima e la seconda griglia ha fatto sì che mi sia sgagnato il primo colle , il tratto di pianura e sino alla cima del Telegraph in relativa solitudine ( di occasionali compagni di avventura ne trovavi ovunque e comunque ). Ed è stato il tratto più sofferto, poi ho potuto parlare italiano con Roberto e Davide, condividere con loro la sbronza di Coca Cola, l’affettato francese ( meglio il nostro ) la frutta secca ed altri intrugli che mi hanno fatto rimpiangere la mortadella dei raduni del Resistenza.
    Con loro il “salir m’è dolce”, forse esagero, ma credo che il pedalare con loro mi abbia aiutato a sollinare il Gabier con poca, apparente, fatica.
    Mi avevano avvisato che dal Galibier ai piedi dell’Alpe occorreva stare coperti, non sprecare energie; non so se ci sarei riuscito se non avessi avuto Camorani come locomotiva, a cui bastava dire: stai e lui rimaneva nel gruppo, vai e lui superava gli ormai cadaveri. Se non si offende direi: che gran gregario !
    Mi è dispiaciuto quando iniziando la salita dell’Alpe d’Huez non li ho più visti, ma se mi fossi fermato non so se avrei avuto il coraggio di ripartire, coraggio che ha trovato invece Davide. Avevo avuto avvisaglie di crampi su alcuni cambi di pendenza per cui, conoscendomi, la possibilità di arrivare era pedalare di continuo al mio ritmo. E così sono riuscito a fare, un pò seduto, tanto sui pedali, scacciando le sirene di ulisse rappresentate da chi rifiatava seduo, in quei 21 interminabili tornanti, da chi saliva piedi, dalla stanchezza e dal mal di gambe.
    E alla fine ci sono arrivato sotto quello striscione, e vedendo le foto neppure stravolto !
    Ho vinto !
    Un nota finale: 14 fantastatici compagni di avventura, con uno spirito di allegro cameratismo che era tempo che non ritrovavo. Le mangiate e le bevute ridendo e scherzando. Forse questo, come dice Roberto, merita più di tutto di essere ricordato.

  2. roberto c.
    roberto c. dice:

    Caro Pietro, o fiatogrosso, se preferisci, condivido ogni parola di quelle che tu hai scritto con così tanta passione e cuore, e….no, non mi offendo se mi chiami gregario, perché é solo grazie ai grandi gregari che i campioni vincono, e tu sei un grande campione!

  3. FABIO il ciclista con il doppiopetto
    FABIO il ciclista con il doppiopetto dice:

    buongiorno colleghi, qua oltre che di provetti ciclisti siamo di fronte a futuri scrittori , complimenti per il vostro verbo.
    Da questo resoconto nasce spontaneo un messaggio da lanciare al capitano (sempre al nostro fianco anche dietro le quinte), che è irrinunciabile anche per il prossimo anno mettere in programma delle granfondo con delle salite epiche, perchè in queste manifestazioni dove la fatica è immensa è viva l’ anima del vero ciclismo (= sofferenza)

  4. fiatogrosso
    fiatogrosso dice:

    Ringrazio Fabio per i complimenti sul verbo. Ma sul provetto ciclista nutro profondi dubbi.

  5. carles puyol
    carles puyol dice:

    Ho letto queste vostre pagine entusiasmanti tutto d’un fiato. E vi ringrazio per la capacità davvero EPICA di avere restituito il senso, il profumo, i sapori della nostra avventura francese: che è stata bella veramente oltre ogni dire. È difficile spiegare la magia della Marmotte: si pedala per un giorno intero nella storia, umili pellegrini di un grande viaggio dentro il pianeta della fatica, l’essenza e il cuore antico del ciclismo. È un lungo salmo che finisce in gloria, perché alla fine della giornata (come al Tour, nel grande arrivo sui Campi Elisi) ‘vincono’ tutti ma proprio tutti. Magari stravolti, trasfigurati, qualcuno riverso a terra, più o meno increduli sottilmente di avercela fatta; ma euforici, commossi, appagati, felici! C’è una cosa che ha reso la trasferta ancora più bella, ed è stata l’atmosfera impagabile di allegria, il gusto dello scherzo, le risate instancabili che hanno accompagnato per tre giorni le scanzonate peregrinazioni del nostro gruppo. Un bilancio esaltante!

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