4-4-2015 – GIRO DELLE FIANDRE: I COOPERATORI NEL MITO

Ronde Van Vlaanderen Cyclo, Giro delle Fiandre, il Fiandre, come più semplicemente e più confidenzialmente lo chiamano coloro che masticano di ciclismo, che vivono di ciclismo, che amano il ciclismo come una passione che ti entra nel sangue, ti entra nella testa e come una droga ti crea dipendenza.

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Bene, il Fiandre è questo. Lo ami, lo odi, ma alla fine ne capisci e ne apprezzi la consistenza, l’importanza non tanto per chi lo pedala, è evidente e banale ricordarlo, l’importanza per chi lo vive come un fatto sociale, un evento che interessa tutto un territorio del quale è parte integrante, una grande festa a cielo aperto che dura tutta la settimana…..la settimana del Fiandre.

Ho pensato tanto a come avrei potuto scrivere questo pezzo ed in questi giorni successivi alla Pasqua, di tempo ne ho avuto tanto. Guardando e riguardando le immagini registrate della gara dei prof, ed un bellissimo servizio di Bike Channel che descriveva una passata edizione, ho capito che semplicemente avrei dovuto lasciare scorrere la penna, anzi meglio le dita sulla testiera, per esprimere liberamente, senza frasi o immagini roboanti, tutte le emozioni che il Fiandre ti lascia. Perché il Fiandre, non è una gara, non è un evento sportivo, il Fiandre è cultura, sport, un modo di essere, un modo di vivere. Perché il Fiandre è un serpente che ti stringe nelle sue spire e ti schiaccia, è un drago che ti ingoia, ti mastica e ti sputa, su quelle strade di pietre e fango, dove il mezzo, oltre a te, ne esce provato, maltrattato, non distrutto, ma sfinito. E tu cavalchi il tuo cavallo di carbonio, stringendolo tra le gambe per paura di esserne disarcionato, lo ami, lo odi come odi quelle strade, quelle pietre che non finiscono mai, quella fatica che non finisce mai. Il Fiandre mi ha fatto dire “la Roubaix…..non la farò mai, mi è bastata questa”, ma l’orgoglio e la soddisfazione hanno superato le fatiche e le sofferenze e mi fanno rendere orgoglioso e commosso per quello che ho fatto insieme ai miei grandi amici, ai miei compagni di squadra e di avventura.

Non racconterò di come è tutto cominciato; troppo diverso e irto di difficoltà il percorso dei nostri eroi che si sono avvicinati al giorno dell’impresa con livelli di preparazione diverse, così come sono stati diversi i percorsi di tutti. Per nulla confrontabile con l’esperienza della Liegi di 2 anni fa, tanto è anticipato il timing di questa classica rispetto all’altra: una all’inizio di aprile, l’altra al termine, una al nord-ovest del Belgio, con il Mare del Nord alle porte, l’altra più all’interno, Ardenne e Vallonia i territori attraversati.

Mercoledì 1 aprile ore 21.30 ritrovo a Bagnolo, per il carico delle specialissime e dei bagagli, e partenza a seguire. La scelta quella di viaggiare di notte per anticipare l’arrivo e la sistemazione in albergo, anche per sfruttare il tempo per una prima visita alla città. 4 i corridori e 2 gli accompagnatori: Stefano Ganassi, capitano della spedizione, Stefano Mercati, Silvano Medici, il sottoscritto ed in veste di accompagnatori Mario Paroli, e mia moglie Viviana, che smessi per una volta i panni da ciclista, avrebbe esercitato insieme a Mario il delicato compito di seguirci con il furgone come assistenza lungo il percorso. Unica e dolorosissima assenza quella di Mario Peri, fondamentale ed insostituibile pilastro di queste campagne nel Nord Europa, sulla via delle classiche monumento, che questa volta ha dovuto dare forfait per le difficili condizioni di salute del padre. Una trasferta troppo lunga ed impegnativa che avrebbe impedito a Mario in caso di criticità del padre di essergli al fianco. E Mario non poteva mancare alla partenza, per benedire la spedizione e per darci l’ultimo abbraccio ed il suo personale in bocca al lupo: “Mario sarai con noi lungo le strade del Fiandre. Il nostro pensiero sarà sempre a te”, il nostro saluto. Un lungo abbraccio con Stefano Ganassi che per la prima volta si divideva dall’eterno amico e compagno di strada. Un saluto doloroso e commosso, poi il via della spedizione.

Un lungo viaggio che ci costringe ad attraversare ben 6 nazioni: oltre ovviamente alla nostra, la Svizzera, attraversata sotto la neve, la Germania, la Francia, il Lussemburgo ed infine il Belgio. All’arrivo, dopo soste incluse, ben 14 ore di viaggio.

E’ giovedì: sistemazione in albergo e via nel centro di Bruges per una prima visita ed una pizzata, già perché a noi Italiani anche lontano da casa, cosa ci serve per stare in compagnia……una pizza ed una birra. Come dicevo una veloce visita alla città, veramente un gioiello, grazie alla giornata di sole anche il freddo si avverte in modo meno pungente. Già il freddo: una costante di questa trasferta, almeno 10 gradi meno di casa, che il vento ci fa percepire ancora più forte. La città dicevo è veramente apprezzabile, patrimonio dell’Unesco, così particolare con le caratteristiche abitazioni del Nord, ordinata, pulita, con i suoi canali così rappresentativi  e che ci ricordano la presenza del freddo Mare del Nord poco distante. Il pavé una costante nelle strade; lo vedi e lo trovi dappertutto, ci porta già in clima gara, ma la bellezza della città ce lo rammenta senza farcene preoccupare. Incomincio ad amare il Fiandre e queste splendide zone, questi paesaggi così diversi dai nostri, e mi dispongo psicologicamente ad essere attirato da tutto questo e penso e dico a mia moglie che ci torneremo e magari vi pedaleremo insieme……..sabato sera il mio pensiero non sarà più questo, ma tanto vale….siamo a 2 giorni dal grande giorno.

Rientriamo in albergo e ci organizziamo per i giorni seguenti.

E’ venerdì: il giorno che precede la gara, il giorno delle formalità, del ritiro del pacco gara e della preparazione alla gara. Il tempo diversamente da giovedì non è stupendo, e nessuno ha voglia di bagnarsi per provare gamba e bici. Decidiamo quindi di fare i turisti e di andare dapprima sul Mare del Nord, visto che siamo così vicini da poterne approfittare, poi nuovamente a Bruges per un altro giro e per gli acquisti di rito, peraltro già iniziati il giorno prima, e per chiudere, il trasferimento a Oudenaarde per ritirare gadget e pacchi gara.

Le emozioni più importanti in questa giornata da turisti improvvisati, sono la visione del Mare del Nord, con un’impressionante bassa marea che ci costringe a percorrere centinaia di metri di spiaggia prima di giungere al mare e di raccogliere le classiche conchiglie e stelle marine, e la visita della cattedrale di Bruges, nella quale, previo pagamento di un obolo di 3 euro, possiamo vedere “la Madonna con il Bambino” opera di Michelangelo, capolavoro che ha una storia particolare. Infatti, durante la seconda guerra mondiale questa fu una delle opere rubate dal terzo Reich e che gli alleati recuperarono con una spedizione militare di un plotone di uomini ribattezzati “monuments men”, come il celeberrimo film di George Clooney. Mia moglie ed io vedemmo questo film, e l’imperativo fu quello di andare assolutamente a vedere questa opera d’arte in occasione di questa trasferta a Bruges. Un’emozione veramente unica, commosso scatto più di una foto.

Concludiamo la giornata con il ritiro dei pacchi gara: di rigore la foto di rito tutti con la maglietta celebrativa che sulla schiena riporta l’elenco degli ultimi vincitori del Fiandre e, sopra il nome di Cancellara, ultimo trionfatore, di fianco al 2015 un nome che è tutto un programma: “ME”, tradotto dall’inglese “IO”, perché l’indomani niente sarà di più vero, il vincitore sarà ognuno di noi, e visto che siamo emiliani quel ME in inglese, viene tradotto da tutti noi in un ME’, cioè un dialettale IO, niente di più profetico. Compero una maglia celebrativa per mio padre, che mi ha preparato la bici e che mi ha avviato al ciclismo. Questo Fiandre è anche per lui.

Sabato, il grande giorno. La sera prima nell’organizzare la giornata, io e Stefano Mercati abbiamo guardato e riguardato l’altimetria e l’evidenza dei tratti in pavé, per capire se sarebbero stati solo nei tratti in salita o anche successivamente, ed il meteo, per capire se e quando ci saremmo dovuti aspettare la pioggia, quasi certa. La giornata dirà che le condizioni del tempo saranno diametralmente opposte a quelle delle previsioni.

Partiamo dall’albergo alle 6.45 per trovare subito un gruppo a cui agganciarsi. Già piove e fa freddo. Percorriamo al buio, ma con le nostre lucine posizionate sia nell’anteriore che nel canotto posteriore, il tratto che ci porta al centro di Bruges. Arriviamo allo Start, rigorosamente alla Francese, con i caschi che gocciolano già acqua, tanto la pioggia sia già battente, gli occhiali appannati e che con il riverbero dell’illuminazione notturna impediscono di vedere correttamente strada, compagni di avventura e direzione di percorso.

Usciamo dal centro già percorrendo tratti di pavé, non così problematico come quello che incontreremo lungo il percorso, e ci infiliamo in strette ciclabili. Sono in contatto telefonico costante con mia moglie sul furgone e qui incominciano già i primi imprevisti: Mario e mia moglie non riescono a capire dove sia esattamente la strada che dobbiamo percorrere, anche perché non hanno la possibilità di raggiungerci in centro alla partenza, ovviamente chiuso al traffico. Tant’è che comunque andiamo e all’assistenza penseremo dopo.

Il primo tratto è di 59 km, quasi di trasferimento siano al primo ristoro. La sera prima ci eravamo detti che il primo l’avremmo saltato a pié pari……..alla fine non salteremo un solo ristoro e capirete perché.

Dicevo trasferimento: la strategia è infatti di trovare il gruppo giusto che ci possa condurre senza fatica sino alle prime cotes. Già, la fatica……se non piovesse, la strategia adottata ci farebbe risparmiare fatica, ma qui piove costantemente e fa freddo. La temperatura non supera e non supererà mai, per quasi tutta la giornata i 3,5 gradi, e con l’acqua che ti batte sulla faccia, sulle gambe, sui piedi e sulle mani, fatica e freddo sono un tutt’uno. Peraltro già qui mi accorgo che la giornata non sarà facile e che la condizione non è sicuramente quella della Liegi di 2 anni fa.

Io e Ganassi stiamo insieme e troviamo il gruppo giusto, Silvano e Mercati, ad un certo punto li perdiamo perché nel tentativo di “chiudere un buco” vanno con un gruppo più veloce, e qui ci rendiamo conto della netta differenza tra chi si è allenato e chi meno. Nessun problema comunque, più avanti ci riuniremo. Nel frattempo la pioggia non molla; personalmente bevo più dall’alto che dalla borraccia. All’arrivo saranno praticamente piene entrambe le borracce.

Intanto arriviamo al primo ristoro: ci fermiamo tutti, una necessità più che un vezzo. Al momento il freddo pare ancora sotto controllo. Purtroppo, però, del furgone ancora nulla, non riescono a raggiungerci. Un vero peccato per chi come noi si è organizzato con dei cambi asciutti, ed ora più che mai ne avremmo bisogno; io addirittura mi sono preso 3 cambi. Pazienza, ripartiamo.

Arriviamo alla prima cote, che manco ce ne rendiamo conto, anche se però devo dire che sento già la fatica. Non ci sono né con il fisico, né con la testa: veramente una brutta giornata. Se ne sono andati già 91 km, altri 8 e arriviamo al secondo ristoro. Altro stop: la situazione comincia a farsi “grigia”. Il freddo si sente, siamo bagnati come forse non lo siamo mai stati; mani gelate, io un po’ meglio con i guanti in neoprene, gli altri li strizzano come se fossero usciti dalla lavatrice. I piedi ormai, però, sono nell’acquario e i pesci ci stanno sguazzando. Il furgone ancora non arriva: purtroppo i ciclisti sono talmente tanti che fanno da tappo ed i nostri accompagnatori non riescono a raggiungerci. Unica consolazione, la voce di mia moglie che mi telefona e mi fa coraggio, anche se ogni volta che ripartiamo dopo una sosta siamo sempre più infreddoliti.

E “finalmente” arriva il pavé: siamo a 105 km, 2 tratti da 700 e 400 metri ciascuno. Mercati ed io avevamo inteso bene, non solo in salita ma anche sul piano o in leggera discesa.

Mi stacco dai miei compagni: questa giornata sarà un Calvario e non perché siamo alla vigilia di Pasqua. Il mio primo approccio alle pietre belghe è un inferno ed una sorpresa al tempo stesso, perché così non me lo sarei mai aspettato. Oltre alla difficoltà di guida, alla velocità che cala inevitabilmente ed inesorabilmente, la sorpresa è che mi sento vibrare dentro e la scatola cranica che balla nel casco e sbatte tutta. Una sensazione del genere non l’avevo mai provata e non avrei mai potuto immaginarmela.

Nel frattempo siamo arrivati a Oudenaarde: il cartello della città di arrivo, mi pare quasi una presa in giro, siamo arrivati ma dobbiamo fare altri 130 km. In realtà è un tour completo delle zone periferiche della località, dove peraltro sono previste tutte le temibili cotes. La fatica vera comincia ora.

Altra cote: il Wolvenberg; di qui praticamente tutte in pavé ed i tratti sempre in pietra si susseguono uno dietro l’altro senza soluzione di continuità. Prima del terzo ristoro a 140 km abbiamo fatto 3 cotes ed un tratto di pavé da 2,3 km: un’eternità. Mi chiama mia moglie: non riesco a capire se siano vicini o lontani. Decidiamo comunque di partire perché il freddo è tale da impedirci di parlare senza battere i denti.

Dopo l’ennesimo tratto di pavé infiliamo 4 cotes una dietro l’altra. Mi stacco ripetutamente per ricongiungermi ad ogni ristoro, un po’ per mantenere i contatti con mia moglie sul furgone assistenza e per capire dove si trovino, un po’ perché proprio non riesco a tenere il passo dei miei compagni. Sono frustrato e disorientato……se dovessero chiedermi del paesaggio e dei posti che ho visto, non saprei dare un riscontro, così come sono concentrato nella guida, nel pavé e nel non subire il freddo sempre più intenso. Alla quinta cote, mi fermo, telefono io a mia moglie e le chiedo dove sia. Capisco finalmente che sono arrivati al terzo ristoro: sono a 20 km da me. Il punto è sempre quello; la ressa dei ciclisti ed alcuni tratti in pavé inibiti alle vetture gli impediscono di raggiungerci.

Intanto il dislivello comincia a salire; ogni salita secca, breve e con pendenze sempre impegnative, con punte superiori al 12%, rappresenta circa un 200 mt di dislivello. La catena è impastata, si passa su strade dove le pietre ed il fango trasportato dall’acqua sono un tutt’uno. Un vero miracolo che il cambio non si spezzi: sento la catena ed il pacco pignoni sfregare come se li stessero smerigliando. Prego solo di non forare…..non riuscirei a porvi rimedio, tanti i ciclisti fermi per una sostituzione, per un guaio meccanico. La fatica è tale che ti trasfigura, anche dentro: in un tratto di pavé mi sorpassa uno che a tutta velocità si lancia nel canale a fianco in terra. Si pianta, si ribalta e sbatte la faccia per terra con la ruota anteriore che se ne va per conto suo. Gli passo a fianco, vedo il viso completamente coperto di sangue, probabilmente il naso rotto, e non ho nessun pensiero pietoso, tanto e tale è l’impegno, la grinta, ma soprattutto la rabbia che ci metto nel solcare quei tratti di strada.

Arrivo al quarto ristoro che abbiamo fatto 7 cotes ed altrettanti tratti in pavé, che ripeto sono oltre ai tratti in salita. Siamo a 178 km percorsi. Dico ai miei compagni di non aspettarmi più, non riesco a tenere il loro passo, ma sono talmente convinto e determinato che gli dico di non temere per me, arriverò al traguardo costi quel che costi: la sconfitta non è contemplata.

Ripartiamo insieme, mi aspettano, siamo ricompattati e da qui arriveremo insieme. Intanto giungiamo al temibile Koppenberg, la salita mito del Fiandre, punte al 23% di pendenza. Qui spesso anche i prof mettono il piede a terra. Sarà così anche per noi: la strada è un budello, non c’è spazio, è coperta di fango che non dà assolutamente grip. Cade uno, poi un secondo ed un terzo davanti a noi. Smontiamo dalla bici anche noi per non cadere e ci finiamo la salita a piedi, scivolando ed annaspando. Sono incazzatissimo: mi faccio 1400 km di strada per venire a fare una salita a piedi? Ma a chi lo racconto….non ci si può credere.

Dopo il Koppenberg altri 2 km di pavé e via per altre 3 cotes che si susseguono al ritmo di una ogni 2/3 km dall’altra.

Il Kaperij: 300 metri di pavé e poi la salita di 1 km, sempre in pavé. Arrivo in cima quasi supplicando che finisca.

Ristoro Red Bull: km 197 e una lattina al volo. A parte i ristori ho bevuto poco altro, pioggia inclusa.

Intanto il tempo è cambiato. Dopo quasi 170 km in cui l’acqua l’ha fatta da padrona, tra quella scesa dal cielo e quella trascinata dalle ruote degli altri, spunta un timido sole, non che la temperatura sia molto più alta, però un po’ di vento, che tutto sommato ci ha dato tregua, ci permette di essere perlomeno un po’ più asciutti.

Finalmente prima del Kruisberg (13° cotes) ci raggiunge il furgone e vedo mia moglie che mi incita, mentre salgo. E’ un’iniezione di fiducia: il suo sorriso mi riempie di gioia e mi dà un po’ di serenità, anche se mi vede faticare come non mi ha mai visto prima. Le lascio l’antiacqua quasi per esorcizzare la pioggia. Silvano davanti, passiamo tutti insieme, Ganassi, Mercati. Viviana scatta un paio di foto, una a Stefano Ganassi. Ormai mancano una trentina di km, gli ultimi ma i più duri per chi non ne ha proprio più.

Passiamo il 5° ristoro, ci aspetta il Paterberg, 400 metri di salita, i più tremendi. E’ il mito che ci viene incontro, il Fiandre si decide qui e noi lo affrontiamo dopo una giornata del genere, dopo oltre 220 km. 400 metri di salita in pietre al 13% di media con una punta in vetta del 20%. Così come il Koppenberg, fa impressione, un vero muro che vedi dal basso quando ci arrivi sotto e pensi che ti ci vorrebbe uno con una corda a tirarti su.

Lo affrontiamo in fila indiana: Silvano davanti, che sembra oggi abbia passeggiato tanto pedala bene, poi nell’ordine Ganassi, a dispetto di una condizione non ottimale ma l’esperienza si vede e poi Mercati che oggi passato il freddo, è un vero leone. Io come tutto il giorno arrivo per ultimo. Mi dico: messo come sono messo non ce la posso fare; mai poi l’orgoglio mi fa tirare fuori tutta la forza rimasta. Stringo i denti, mi siedo in punta e sto attaccato alla bici, alla strada come se dovessi piantare dei picchetti metro dopo metro, e scollino senza mettere il piede a terra: oggi una vera vittoria. Mi aspettano i miei compagni che mi applaudono, una sorsata di ottimismo e di felicità.

Ormai è la passerella finale, gli ultimi 11 agognati chilometri. Ce l’abbiamo fatta, 239 km per oltre i 2100 mt di dislivello. Passiamo, Mercati ed io affiancati sotto lo striscione dell’arrivo, dopo un ultimo chilometro che sa di leggenda, una poesia di gioia, stanchezza ed orgoglio. Stefano mi fa i complimenti, io penso che non so se me li merito tutti, tanto ho faticato e rallentato il gruppo.

Ci facciamo più di una foto nella piazza di Oudenaarde. La gioia è grande, incommensurabile anche se il freddo che sento addosso non mi da modo di essere felice pienamente.

Raggiungiamo il furgone: l’abbraccio di mia moglie, la vittoria più grande. Carichiamo le bici e via verso l’albergo per una doccia meritata e una cena corroborante con tanto di brindisi e festeggiamenti collettivi.

Domani si torna a casa…….c’è tutto un viaggio che ci aspetta ed il ricordo della gloria di questi momenti che ci attende.

……………..anche la febbre e la bronchite però: domenica sera io e Mercati a casa con 38 di febbre. Ma siamo uomini duri, tutto passa, siamo “Flandriens”, siamo gli erori del Nord…….Evviva!

 

Cito da altra fonte: “nessuna gara è come questa, in nessun altra parte del mondo i corridori abitano lungo il percorso di gara…….nessuna corsa è come questa”

 

Roberto Camorani

1 commento
  1. " il capitano "
    " il capitano " dice:

    Questo pezzo fa invidia allo speciale di Rai Sport 2 “le Classiche del Nord” andato in onda ieri sera e firmato Alessandra Di Stefano. Ragazzi vi invidio, l’appellativo “leoni” ve lo siete guadagnato e meritato col massimo dei voti.

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